Il magico mondo di za

Ho aspettato tanto a scrivere questo post perché è importante, perché parla del mio lavoro qui a za. Oggi che è un venerdì paradossalmente tranquillo, nonostante tutte le scadenze già superate e i casini che ci circondano e il tempo (pochissimo) che manca ormai all’inaugurazione del festival…c’è il sole e mi viene finalmente di parlarne.
Quando sono entrata, questo era esattamente il lavoro dei miei sogni (e di quelli di un sacco di altra gente della mia età), e non potevo crederci…Poi ho fatto cose diverse, alcune meglio, altre peggio, le persone sono cambiate, hanno preso altre strade, tranne quelle che sono con me ancora oggi.
Nel magico mondo di za, ogni tanto qualcuno metteva musica trash a palla e nella stanza dei senior, ancora negli uffici di piazza vittorio, e si ballava verso le 3 del pomeriggio per riprenderci dal sonno post pranzo. Nel magico mondo di za, specie i primi anni che ci lavoravo, la maggior parte della gente usciva insieme la sera, quasi tutte le sere. Anche se non io. Nel magico mondo di za, si ride un sacco sempre, e ci si incazza da morire, perché il clima a volte è un po’ quello della 3a media, o perché le tresche che si intrecciano, si impicciano con il lavoro e succede un disastro. Ma si ride molto di più. A za, anche quando succedono le tipiche porcate di ogni posto di lavoro, io preferisco stare qua che in qualunque altro posto. E ne ho girati diversi. A za ho lavorato negli anni con un sacco di persone straordinarie, ho potuto viaggiare in posti che non l’avrei mai detto, ho visto posti di Roma dove non potrò più entrare. A za, quando è nata Nina, hanno messo un fiocco rosa fuori dalla porta e pure sul sito. A za ho parlato per la prima volta dei miei sospetti sulla malattia e, quando l’ho scoperta, stavo cercando di aiutare Lulli, un collega. Penso ancora che sia stato solo perché il mio cuore e miei pensieri erano per lui e per loro che ho saputo viaggiare nel tunnel di quelle prime settimane senza paura. A za una principessa coi capelli viola e mai una lira in tasca (per colpa dei magrissimi stipendi che girano) mi ha regalato una matita kajal per far risaltare gli occhi quando mi sarebbero caduti i capelli e tre pacchetti di gomme da masticare. A za, quando ha saputo che la malattia era arrivata ai polmoni, il mio grande capo è risalito sul treno da cui era appena sceso, apposta per esserci se ne avessimo avuto bisogno, e per la chemio mi ha fatto una playlist che ancora ascolto. A za mi hanno fatto il mio primo (e unico) contratto a tempo indeterminato appena dopo la diagnosi e, dal giorno del colloquio in poi, inspiegabilmente, qui hanno avuto fiducia in me. A za il mio capo (il mio grande capo) da un sacco di tempo è diventato un mio grande amico, con tutti i limiti che ha essere amici e lavorare insieme. A za, con Lulli siamo diventati praticamente fratellini, con tutti i limiti che ha lavorare in famiglia.
Nel magico mondo di za siamo rimasti pochissimi perché vogliono chiuderci. E i motivi non ve li racconto perché sono patetici. Ora lavoriamo in una villa silenziosa e bellissima e si esce insieme raramente. A partire da settembre 2007 abbiamo cominciato a crescere e a scoprire che faceva male, ma ancora ci ritroviamo a ridere spesso, nelle giornate paradossalmente tranquille e piene di sole come questa. Ed è ancora il posto dove avrei sempre desiderato lavorare.

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