Evidentemente

In un bar oggi pomeriggio, alle 14.20, dove mi sono rifugiata dal caldo torrido e schifoso che fa in questi giorni e che io avverto come l'ultima delle 90enni lamentose, insieme a Lilla che esce a quest'ora da scuola per questa settimana, mentre lei è attaccata a un ghiacciolo per riprendersi, io chiedo un tè freddo prima di affrontare la pur breve strada verso casa. Mi versano una buonissima miscela di frutti di bosco vari, fredda, ottima. Chiedo la ricetta, acquisto la miscela con piacere per farmelo anche io.
E mentre mi prepara il sacchettino con la tisana, il barista mi fa: "Perché poi, signò, 'sti frutti rossi, 'ste bacche qua, fanno bene, tengono lontane la malattia, quella brutta".
Complice guardo di intesa tra me e lui. Ci siamo capiti.
"No. Non lo vojo manco dì, er nome", aggiunge solenne.
E io penso con allegria: evidentemente mi sono ricresciuti abbastanza i capelli.

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Temperando matite

Sulla cima di questa montagna spira una brezza leggera finalmente, ma negli ultimi mesi sono stata talmente impegnata a guardare i miei piedi per fare un passo dopo l'altro, che quando l'altro giorno ho alzato lo sguardo verso il cielo, mi sono resa conto che era troppo tempo che non mi fermavo ad osservarlo.
Che bello è il cielo.
E, sia detto, senza nessun intenzione religiometaforica.
Diverse voci amiche mi fanno capire che quello che scrivo qui è sempre meno chiaro e incisivo. Ma come per il cielo, non c'è nessuna intenzione dietro, semplicemente ogni tanto scrivo, molto spesso no perché ne sento meno il bisogno, mentre ne avverto a volte uno strano peso. E proprio non ho bisogno di portare pesi del genere.
Mettiamola così, non ci sono grosse novità e non ci saranno per le prossime 4 settimane circa, mi sento bene con piccoli momenti di stanchezza fisica e i pensieri difficili ci sono sempre, come ci sono alcune notti di sonno leggerissimo.
Nel complesso, però, sono una mamma molto fortunata perché la mia preoccupazione principale del momento è solo quella di rinnovare la cancelleria nana e far finire in tempo gli ottusi compiti delle vacanze di cui Nina è carica.
Per concludere, se volete sapere di me, basta che immaginate una coi capelli ingrigiti e cortissimi, che tempera matite guardando il cielo di tanto in tanto. Niente di più.

All Delighted People

Mi è capitato alcune volte negli ultimi anni di sentire che la cosa migliore da dire in certi casi, o da fare, era di sedersi accanto alle persone a cui volevo essere vicino, in silenzio. Di silenzio ne abbiamo fatto ben poco sabato quando ci siamo viste con Anna Lisa, Romina, Giorgia e Rosie. Avevo  una voglia, anche fisica, di vicinanza che mi sarei messa a palpeggiare le mie belle amichette tutto il tempo (e forse l'ho anche fatto, laida me!), ma domenica quando ci siamo riviste alla Race, io finalmente senza capelli (perché ci voleva il coraggio delle mie amichette per tagliarli finalmente, e far capire alle bimbe, che era ora, che mamma non poteva andare più in giro come un corvo spennacchiato), e magari un po' stanche, in quel rosa pallido che è così raro, così poco necessario, una buffa discriminazione tra discriminati. Beh, invece che camminare, correre o marciare, abbiamo finito per ritrovarci sedute in cerchio sotto i pini dello stadio di Caracalla, ogni tanto parlando, ogni tanto in silenzio. E io avrei voluto che durasse tanto a lungo. Perché non sapevo bene cosa dire, ma volevo proprio essere lì seduta con loro. Accanto ad Anna Lisa che è un miracolo luminoso, lo so che potete immaginarlo da come scrive, ma dovreste vederla. Io che sono una stronza presuntuosa di fondo, penso sempre di essere molto saggia e molto intelligente, ma anche io non posso non vedere, non sentire e non sapere che Anna Lisa ha la vera saggezza del cuore combinata alla finezza di una intelligenza generosa, accogliente e veramente aperta. Lo sapevo anche prima. Ma mi ha confortato sedermi vicino a lei per un po'. E vicino a Rosie, Giorgia  e Romina. E quando sono tornata a casa e poi sono crollata a dormire, mi sono svegliata pensando che ho imparato qualcosa da questi giorni, da queste persone. Ancora una volta. E non c'era sentimento migliore da portare in borsa con me stasera quando partirò per andare al concerto che ho immaginato tre mesi fa. Che poi era già una vita fa e meno male che i biglietti li ho comprati allora, sennò poi mi sarei detta, "ma 'ndo vai messa come stai messa". E invece così non ho scelta, se non andare ed essere felice e cantare a squarciagola canzoni incomprensibili totalmente calva. Ah, quanto è bella la vita con le persone e la musica giusta!

Stand by

Sapete? Quando hai il cancro, c'è qualcosa di più fastidioso che fare la chemioterapia per tre anni e mezzo consecutivi.
C'è qualcosa di molto più irritante che perdere i capelli a ciuffetti per la terza volta in 3 anni e mezzo.
Ovvero, c'è la possibilità che vai per fare la chemio e non la puoi fare perché nonostante tutte le precauzioni: l'aloe, la dieta, la felicità obbligatoria, il riposo, la meditazione, la tisana di caisse, la serenità, etc etc., ebbene quei 4 globuli bianchi infami che hai nel midollo hanno deciso di giocare a nascondino, rifiutando di passare il tempo a procrearsi come sarebbe necessario per poter sostenere le infusioni di chemio. 
E dunque, sono nuovamente, irritantemente, in stand by dalla terapia e sotto puntura per stimolare il midollo.
Insomma, credetemi, c'è qualcosa di peggio che fare la chemio.
C'è la sfiga di non poterla nemmeno fare.

Bella e la Bestia

Ci sono sicuramente antidepressivi molto più efficaci in giro, e sicuramente molto più a buon mercato. Ma negli ultimi due mesi, la famiglia Wide ha dovuto mettere in piedi misure straordinarie per reagire alla tristezza, allo scoramento e all'impossibilità di pianificare viaggi o vacanze rilassanti. E la formula che abbiamo adottato è stata quella di andarci a vedere per 3 volte 3 il musical della Bella e la Bestia.
Penserete che siamo degli esagitati patetici. Ma ci siamo divertiti. Ci siamo sentiti al sicuro. Abbiamo riso e imparato a memoria tutte le battute. Lilla ha imparato tutte le mosse di Gaston anche se non si spiegava come fosse possibile che fosse cattivo: "ma come fa, mamma, a essere cattivo, Gaston. E' un umano, lui!"
In queste settimane pesantissime, riuscivo a capire quali erano le giornate peggiori quando nemmeno il pensiero di tornare con le bimbe a teatro ci tirava su.
Ieri siamo stati all'ultima replica nazionale, accompagnati da due grandi amichette, e sono stata molto felice, soprattutto molto grata, di poter festeggiare così la festa della mamma e l'ultimo evento "mondano" con ancora i capelli in testa.
Abbiamo attraversato tre mesi veramente difficili, ma probabilmente li ricorderò più a suon di musical che non di lacrime. E questo, veramente, non ha prezzo e si meritava un post tutto suo!

Delle maratone e di altri dettagli

Con Mr. Clint ci siamo fatti una bella chiaccherata oggi. Per fortuna prima di vederci era arrivato anche il famoso dato mancante dell'altro giorno (ah, però, due giorni ci hanno messo stavolta, vedi?) e dunque lo scenario oggi era completo. Mr. Clint lo ha valutato insieme alla dott.ssa di Milano e io cercherò di riassumervelo così:
– il mio tumore è leggermente cambiato, appena appena, ma appena un po' sì e bisognerà tenerne conto;
– i farmaci a mia disposizione con questa situazione restano però gli stessi, sono sempre pochi e anzi di meno, per cui dobbiamo fare della mia cura un piatto di cucina povera, ovvero, utilizzando quello che c'è;
– quello che c'è è una combinazione di un farmaco a cui ho sempre reagito bene, con un farmaco nuovo che il mio tumore non conosce ancora;
– perderò nuovamente i capelli, ovvero tra un mese al massimo sarò di nuovo glabra e un po' più gonfia per il cortisone, la solita gnocca insomma;
– la "nuova" combinazione chemioterapica comincerà venerdì prossimo;
– prima di cominciare la chemio ho bisogno di fare alcuni esami del sangue e anche una tac per capire se in questi due mesi mi sono beccata altre rogne;
– qui vi voglio in piedi in standing ovation per il coraggio che mi c'è voluto: ho chiesto a Mr. Clint se non sia il caso di mettermi sto benedetto port, e lui che era sempre stato contrario, mi ha detto stavolta di sì. siete in piedi? si? ecco, perché per quanto questa cosa serva comunque a me e a salvare le mie vene, non avete idea di quanto io sia codarda e quanto coraggio ci abbia messo a tirare fuori la domanda;
– ho colto l'occasione per fare qualche altra domanda generale a Mr. Clint sull'idea che si è fatto del mio tumore e per quanto la sua risposta non sia motivo di rilassamento e svacco generale, mi ha confortato l'idea di poter considerare l'andamento della mia malattia più vicino a quello che ci vuole per una maratona che non a una gara di velocità. Meglio. Sono sempre stata una pippa in tutte le gare di atletica da ragazza, ma è sulla velocità che ho subito le peggiori umiliazioni.

Conclusioni: sono molto contenta di ritornare a curarmi, come ogni volta, lo ripeto, la fase di definizione della cura è sfinente, molto più che subire ogni tipo di vessazione chimica. Sono contenta di conoscere una parte di farmaco che andrò a fare. Sono contenta di perdere i capelli, perché mi consentirà di parlare alle bambine, come avevo comunque voglia di fare, mettendo davanti a loro un elemento concreto per capire la situazione generale. Sono contenta di rifare una tac, non ero per niente tranquilla a far passare altri mesi senza sapere cosa succede qua dentro. Sono contenta che stiano per cominciare tre mesi in cui so esattamente cosa devo fare.
Ma soprattutto sono contenta di avere davanti due giorni in cui posso liberare la testa da ogni pensiero e posso sentirmi autorizzata a ogni tipo di vandalico shopping terapeutico, aperitivo alcolico, sfrenato utilizzo del giardino e delle mie bimbe. E quando hai davanti due giorni così, con questa primavera profumata che ti circonda, i tre mesi che verranno dopo, verranno dopo e basta.

Tabù numero 1

Recentemente parlavamo di cosa è un tabu che riusciamo ad esplorare unicamente o grazie alla scrittura qui sul blog. Parlando di quelli che io ritengo siano tabù, legati in qualche modo alla malattia, mi sono però accorta che restano tabù anche qua. E allora sono giorni che medito su una sterzata di coraggio e mi accingo a parlarne. Speriamo di non fare troppi danni.

Tabù nr.1: Il sesso.

Non so per voi, ma per me, dopo tre anni di terapie continuative, alla seconda menopausa indotta, dopo aver perso i capelli due volte e averli visti ricrescere, aver perso peso e averlo ripreso all'eccesso almeno tre volte, districandomi tra vampate notturne e diurne, tra aspirazioni mancate e la realtà della mia bella faccia, tra calo della libido, fatigue, insicurezze e rinunce, tac ricorrenti, ansie da tac ricorrenti, sollievi da tac superate brillantemente, depressioni da tac superate mediocramente, ebbene, diciamo che non ce l'ho una vita sessuale.
Non quella che si merita una donna di 37 anni. Sicuramente non quella a cui avremmo diritto Obi e io.
E no. Sinceramente non penso di dover andare da un terapista sessuale. Francamente, sfido chiunque a tirare su le giarrettiere mentali e mettersi a tubare vogliosa davanti all'uomo che ami, il quale, come ti guarda, una volta su 3 è terrorizzato perché potresti morirgli una volta per tutte tra appena tre mesi. Senza parlare delle normali interruzioni, fatiche e rinunce al sesso dovute al semplice fatto di avere due figlie piccole che chiedono, si ammalano, si presentano di notte per un bicchiere d'acqua, come è normale che sia, e una relazione che dopo alcuni anni, in maniera naturale, non è esattamente bollente.
E non parlo delle difficoltà tecniche. Quelle difficoltà che presenta un corpo di donna in menopausa. Tecniche ripeto. Anche meccaniche se volete. Guardate che è un casino, eh?
Si accettano consigli?
Non lo so se ho bisogno di consigli.
Avrei bisogno, piuttosto, di essere assolta dalla necessità sociale del sesso. Avrei bisogno di non sentirmi in colpa perché non ne ho più nemmeno voglia. Vorrei credere che sono giovane anche così.
Ma la verità è che, se anche sono giovane, non sono sana per niente e il sesso lo dichiara a gran voce. E questa è una cosa di cui mi vergogno tantissimo. Questo è il mio tabù. Questo è quello che mi succede.
Per fortuna, però, ho ancora tanti libri da leggere. E magari tra un po', inventeranno una chemio che offre effetti collaterali sessualmente stimolanti!

Come una funambola

Traccheggiavo, io.
Facevo finta di niente.
Lo avevo ricevuto in mano dall'autrice, con tanto di dedica personalizzata, ma me lo tenevo lì, per dopo.
Per un altro momento.
Per più avanti.
Poi, in questi giorni di intensissima fatica mentale, di ferreo contenimento emotivo, mi ci sono rifugiata dentro, trovando il porto sicuro della comprensione, così come è stato due anni fa quando sono capitata sul suo blog.
Leggendolo ho capito perché non volevo farlo e perché è così bello.
La verità è che non volevo leggerlo questo suo libro, perché vorrei che Giorgia non fosse mai stata malata, e perché voglio che non lo sia mai più. Perché mi viene da piangere ogni volta che riconosco le sofferenze, gli abbattimenti e gli sforzi che ci vogliono ad alzare la testa, nella malattia e nel superamento della malattia. Sono quelli che affronto ogni giorno da tre anni. Ma non sopporto che lo debbano vivere, o che lo abbiano vissuto, quelli a cui voglio bene. Sono egoista. Voglio sta cazzo di malattia tutta per me, che ci volete fare.
Ma Come una funambola è bellissimo, ha quella bellezza discreta della verità e della vita che è fatta di inciampi, di mattine luminose, di capelli che cadono e che ricrescono, di amici che spariscono e di gatte che ci sostengono.
E' bello perché racconta con il semplice scorrere delle pagine che, se non hai paura di avere paura, la vita è un viaggio molto interessante, pieno di persone amabili, pieno di fatiche nobili, di incredibili fortune, e insondabili tristezze. Anche se hai avuto il cancro. Anche se ti è tornato. Anche se devi fare di tutto per non fartelo tornare.
E racconta – e non so in quanti finora lo abbiano saputo fare così bene – che accanto alla chemioterapia, accanto a tutti gli esami diagnostici del caso, quello di cui è fatta la guarigione profonda è l'impegno, a volte per niente facile, di mantenere aperto, vivo, anche polemicamente, il dialogo con il proprio medico, l'impegno a credere che bere l'aloe tutte le mattine può aiutarti (ed è vero che ti aiuta)  e che imparare i passi dell'anatra selvatica non solo non può farti male, ma probabilmente ti aiuterà a rimettere in circolo tutto quello che di buono hai sotto le tue di ali naturali.
Ecco, le ali naturali di Giorgia sono molto grandi, e si dispiegano con forza lungo tutto questo bel libro, tanto che alla fine, ti tirano su con loro.
E, benché in equilibrio precario, da lassù si sta molto meglio, datemi retta. Leggetelo.

Sembro quasi normale

Mi ha guardato di malavoglia tutto il tempo per il suo mal di schiena, non mi ha fatto uno straccio di sorriso, mi ha scucito 30 euro per 5 minuti 5 di lavoro, mi ha fatto subire, in assoluto silenzio, lo sguardo paternalistico delle altre clienti, (ma quello compiaciuto di tutte le sue assistenti, che in questi mesi mi hanno visto passare davanti alla sua porta salutando da sotto ogni tipo di copricapo), non ha mai risposto ai miei ripetuti sguardi felici, anche grati, di donna nuovamente vittoriosa. Ma non ha la minima importanza!
Sapete che ho fatto oggi?
Tornata dall'ospedale sono stata dal parrucchiere per la prima volta dopo 9 mesi.
E, vedeste che bello, sembro quasi normale!

Effetti collaterali imprevisti

Non so se sia corretto attribuirne la responsabilità alla nuova chemio, ma in queste settimane faccio fatica a parlare, anche a scrivere. Faccio fatica a sentirmi in ordine con la mia vita e con le persone. Mi sento a disagio sempre con tutti. Fatta eccezione per le nanine che sono invece due angiolette. Mi stranisce la mia vita, gli impegni casalinghi o famigliari, i pochi burocratici. Mi stranisce il modo in cui reagisco alle cose. I sogni che faccio (che sogni orribili che ho fatto stanotte). Mi intristisco appena, in maniera invisibile, mi fanno male le vene, ma sono sciocchezze. Non sopporto le tante amenità che accompagnano la routine ospedaliera. Mi infastidiscono troppo. Senza motivo. Perché apparentemente sto bene, i capelli – lentamente – stanno ricrescendo, e anche se ancora sembro un uomo col riporto e sono grassa, tutto sommato, apparentemente, sto bene. La chemio non sembra infastidirmi, non ho nausee e non ho sviluppato, ahimé, l’anoressia che speravo. Leggo tanto e con piacere. Ma comincio a chiedermi se non sia il caso di tornare a lavorare per sentirmi meno a disagio, costantemente. Il cancro, di solito, ti prende a un’età in cui sei pronto a mettere da parte un parte di vita e a cominciarne un’altra. Quando ti prende così giovane, metti tutte le tue energie ad affrontarlo e a superarlo. Ma quando ti prende così giovane e devi viverci, viverci, viverci, una chemioterapia dopo l’altra, un mese dopo l’altro, un anno dopo l’altro. E portare avanti tutta la tua vita come niente fosse. La tua e di chi dipende da te. Separata, mentre lo fai, dalla vita di tutti gli altri. Ecco forse sono un po’ affaticata. Forse questi sono i neri pensieri della giornata di somministrazione (oggi per l’appunto) che passeranno più tardi.
Forse però devo trovare un altro modo di vivere, ho la sensazione sempre più forte di essere in bilico. E che è ora di darmi una spinta da una parte o dall’altra.